
Repertorio originale
Franco Cavallone (1957)
Seguendo Ricordi
Il titolo reca in sé il programma del brano stesso: una nostalgica rievocazione di un luogo significativo per l’autore, un piccolo borgo di montagna. La musica risente dell’influsso dei compositori francesi del primo ‘900, concentrando l’attenzione sulla scala armonica e sulle teorie prodotte da Roberto Lupi nel suo trattato sull’Armonia Gravitazionale. La scrittura per i due strumenti è paritetica. Entrambi concorrono a creare un racconto misterioso che richiama i ricordi più lontani. Una musica che vuole raccontare e spinge a lasciarsi trasportare dal flusso sonoro.
Ammentos de sidhàdos et janas
I. Bentu-Janas
II. Ácua – Pozzo di Santa Cristina
III. Térra – Nuraghe
La breve suite, inizialmente intitolata “tre impressioni sarde” esprime le emozioni, i pensieri e le memorie scaturiti dalla breve permanenza nell’isola dell’autore.
I tre brani che compongono il lavoro hanno rispettivamente dei sottotitoli che hanno la funzione di esplicitare meglio la sequela dei ricordi personali dell’autore (in sardo ammentos). Il primo movimento Bentu – Janas – ha come soggetti il vento, sempre molto presente sull’isola e il fascino della leggenda delle Janas, le fate a cui molti altri brani del disco si sono ispirati. Legato all’acqua e ad un particolare sito è il secondo movimento denominato Ácua – Pozzo di Santa Cristina. Il trittico si conclude con Térra – Nuraghe che ha come suggestione personale la storia del fiero popolo sardo e del suo radicamento alla terra espresso attraverso il simbolo architettonico che ne contraddistingue l’antica civiltà: il nuraghe, costruzione a tronco di cono formata da giganteschi massi presente in numerosissime unità distribuite in tutta l’isola fin dal II millennio a.C.
Dal punto di vista strutturale, tutti i brani hanno come comune denominatore il rapporto con le scale armoniche e un sistema di tassellatura musicale dove i due strumenti dialogano con frammenti melodici che passano da uno all’altro, lavorando attraverso canoni ritmici e simmetrie.
Giovanna Dongu (1974)
Tre Schizzi
è una composizione di Giovanna Dongu che esplora l’idea di immagine non definita, colta prima della sua razionalizzazione. I tre movimenti, liberamente ordinabili dagli interpreti, si muovono all’interno di forme aperte e non tradizionali, con una scrittura timbrica evanescente e ricca di contrasti. La composizione alterna momenti di intensificazione e distensione, processo che affonda le radici nelle strutture ritmiche della tradizione popolare sarda. Accanto a uno schizzo dal carattere vivace e ritmico, che utilizza tecniche estese come tapping, tremoli irregolari e accenti percussivi, emergono sezioni più rarefatte, costruite su armonici, whistle tones e timbri delicati, fino a un terzo schizzo dal carattere fortemente percussivo e frammentato. Nel loro insieme, i Tre schizzi dialogano con la memoria dei canti popolari legati al rito del lutto: pratiche monodiche e collettive al tempo stesso, in cui dolore e rinascita, tensione e abbandono convivono, restituendo un’idea di comunità.
Alfredo Franco (1967)
Memorie di Nora
Un brano che trae ispirazione dal sito archeologico omonimo ed è pensato per evocare un possibile passato immaginato. La composizione, formalmente una fantasia, è costituita da diverse sezioni che confluiscono senza soluzione di continuità l’una nell’altra, richiamando antichi rituali e danze come a celebrarne la sopravvivenza nelle tracce di templi e mosaici affacciati sul mare.
Hymnos per flauto, (voci) e chitarra
I. Cocci di memoria sulle bocche di Bonifacio
II. Recercare primo (fragments/puzzle)
III. Inter-mezzo orfico
IV. Come uno scherzo
V. Recercare secondo (fragments/puzzle)
VI. SonaNta
Hymnos di Alfredo Franco si ispira alla melica greca, forma poetico-musicale originariamente legata al canto e alla danza rituale, in cui la parola cantata assumeva una funzione invocativa e comunitaria. Gli inni celebravano le divinità attraverso la ripetizione, il gesto e la coralità, coinvolgendo attivamente gli ascoltatori grazie alla presenza del ritornello, spazio di partecipazione collettiva. Il brano rielabora questa dimensione arcaica del rito come esperienza condivisa e catartica, in cui il suono diventa veicolo di invocazione, memoria e trasformazione emotiva. I testi, scritti appositamente dal compositore come guida all’ascolto, accompagnano i diversi movimenti dell’opera, ricostruendo un percorso che richiama la funzione originaria dell’inno: generare partecipazione, attraversare l’emozione e condurre a una forma di liberazione condivisa.
Battista Giordano (1958)
Filomena
Il brano nasce ispirato dal ricordo della defunta madre del compositore. Nel breve preludio iniziale, la chitarra esordisce in tutta la sua cantabilità, per poi mettersi discretamente da parte con un accompagnamento di delicati armonici. Su un tappeto che ricorda le tenui note di un carillon, il flauto interviene con brevi frasi sospese, come alla ricerca delle giuste parole. Esplode poi in una gioiosa danza che omaggia la singolarità ritmica della musica popolare del campidano, su ballu tundu.
Francesco Morittu (1972)
Attítus
I. Prologo
II. Movida
III. Boghe d’ànghelu
IV. Matènna
Nella tradizione sarda is attítus (o attítidus) sono i lamenti che le prefiche, is attitadòras, intonavano durante il rituale funebre. Queste nenie dal carattere fortemente ripetitivo potevano variare d’improvviso ed assumere toni anche molto contrastanti fra loro, a seconda di ciò che il canto in quel momento voleva esprimere riguardo al defunto, alle sue qualità, ad alcuni episodi della sua vita e alle modalità di trapasso.
Il brano si articola in quattro movimenti o, per meglio dire, episodi: Il primo, Prologo, è un paesaggio dai toni tenui, in cui la chitarra crea un delicato tappeto sonoro con l’uso degli armonici mentre il flauto intesse un ritmo ripetitivo, quasi ipnotico; Il secondo, Movida, descrive la chiassosa e sorda frenesia di questo tempo attraverso cui, forse, solol’eco dei lamenti delle attidadòras può ancora aprirsi un varco; Quando, a morire, erano i bimbi, ci si riferiva a loro chiamandoli angeli, con voce dolce e allegra: da questo trae ispirazione il terzo movimento, Boghe d’Ànghelu (voce d’angelo); Se invece la morte arrivava per mano violenta il canto poteva arrivare ad assumere toni talmente aspri e duri da sfociare in un vero e proprio anatema, che dà il titolo al quarto movimento: Maténna. Dal punto di vista analitico sono tutti caratterizzati dall’osservanza di alcuni dei principi estetici e formali propri del repertorio da ballo delle launeddas – struttura modulare, reiterazione e microvariazione del motivo, continuità tematica – e da una ricerca timbrica sullo “sfondo sonoro sardo” condotta anche attraverso l’uso di un’accordatura originale, derivata da quelle in uso tra i chitarristi della musica popolare sarda per l’esecuzione dei balli strumentali.
“Attítus”, racconta l’autore, nasce dal bisogno di restituire uno spazio interiore alla morte, non biologicamente, ma culturalmente intesa. La pandemia sembra aver proliferato sul degrado economico, culturale e sociale in cui la cosiddetta società del benessere è precipitata. In un sistema in cui si è chiamati a consumare e a produrre per poter continuare a consumare, sono molteplici le soluzioni elaborate per vivere e curare, ma morire è a malapena contemplato. Da qui la mancanza di un rito collettivo associato alla morte, come quello delle lamentazioni funebri, che non avevano solo la funzione di intonare il dolore per la perdita, ma anche e soprattutto quella di restituire conforto e sostegno ai vivi, collocando la scomparsa del defunto all’interno di una catena di eventi, ricordi, nonché di cause e responsabilità che potevano essere denunciate pubblicamente attraverso ingiurie ed anatemi e gridati ad alta voce durante il rituale.
Roberto Piana (1971)
Contos de Foghile (racconti del focolare)
I. La principessa di Navarra
II. Sa filonzana
III. Janas
IV. Su Mortu Mortu
Secondo la tradizione, dopo cena, la famiglia si riuniva davanti al braciere per parlare e fantasticare. Si narravano storie leggendarie ricche di suggestioni che spesso avevano come soggetto personaggi mitici legati a rituali e al mondo dei morti. La composizione è divisa in quattro brevi episodi, ciascuno dedicato a una storia. Il primo è intitolato La principessa di Navarra e parla dell’amore contrastato della bella principessa di Navarra per uno dei suoi servi. Il secondo si intitola Sa Filonzana (la filatrice) ed è una caratteristica maschera, unico personaggio femminile del tradizionale carnevale sardo. La donna anziana tesse il filo della vita, ma può tagliarlo subito a chi non le porta il giusto rispetto. Sa Filonzana ricorda molto le Moire greche e le Parche romane, figure mitologiche di identica funzione, a testimonianza delle reciproche influenze che le civiltà mediterranee hanno avuto dal periodo nuragico fino ai giorni nostri.Il terzo movimento si intitola Janas, fate generose che avevano dimora in caratteristiche tombe scavate nella roccia e davano consigli e aiuto ai bisognosi. L’ultimo movimento, Su mortu mortu, è una solennità che risale a più di duemila anni fa e viene celebrata in omaggio ai cari scomparsi. Secondo la tradizione, una volta all’anno, il defunto torna a casa presso la sua famiglia per consumare il pasto rimasto in tavola. I bambini si spacciano per i morti e vagano per le case per chiedere regali; Una sorta di Halloween sardo.
Dal punto di vista compositivo, Contos de foghile ha la struttura del tema con variazioni. Il tema ha carattere molto malinconico e sapore arcaico, quasi medievale, per via dell’uso della modalità. Le variazioni ne mantengono le movenze, eccetto la seconda, Janas, con le sue ornamentazioni dai tratti un po’ sfuggenti.
Cristiano Porqueddu (1975)
Janas – Poemetto per flauto e chitarra
I. Risveglio
II. Volo segreto
III. Incanto
IV. Fili dorati
V. Pulviscolo d’aurora
Legata ad una forte diversità culturale che fa della Sardegna un mondo a parte, l’affascinante mitologia isolana abbraccia narrazioni epiche, creature mostruose ed esseri leggendari. Le protagoniste del tassello magico di questo misterioso mosaico sono senza dubbio le Janas, l’equivalente oscuro delle più note fate. Le Janas sono descritte come piccole e bellissime creature con la pelle delicatissima che il sole può bruciare, lunatiche, a volte streghe a volte fate. Sembra fossero abilissime tessitrici e come molte altre antiche divinità legate alla tessitura avessero il dono della preveggenza ed un potere di deviare il destino degli uomini.
Janas – Poemetto per Flauto e Chitarra è una serie di cinque brevi composizioni che ritraggono in musica alcuni dei momenti della vita di queste creature mitologiche, dal loro risveglio fino all’alba, momento in cui dovevano rientrare nelle loro grotte per non essere bruciate dal sole.
Il brano è costruito su un’intelaiatura a incastro dove le cellule tematiche di una pagina sono presentate più o meno palesemente nella pagina precedente e il cui sviluppo è costruito su essenziali escursioni cromatiche sulle quali galleggiano brevi linee melodiche e sul dialogo tra i due strumenti. La struttura della suite è speculare e lega tra loro i primi due e gli ultimi due movimenti con costrutti intervallari e ritmici. L’episodio centrale, Incanto, ha il ruolo di un fulcro gravitazionale nel quale elementi già esposti e altri che ancora devono esserlo vengono attratti a dar forma ad una romanza.
Concertino di Alghero, Omaggio a Maria Chessa Lai
I. Contas de dolças rondallas
II. En l’alba clara
III. Les fulles més no tremolen
Omaggio a Maria Chessa Lai, composizione per flauto e chitarra del musicista nuorese Cristiano Porqueddu dedicata al Cordas et Bentu Duo. Il primo movimento Contas de Dolças Rondallas (trad.: leggende di dolci favole) è una leyenda che fa uso di due temi principali la cui elaborazione si intreccia in modo continuo tra i due strumenti attraverso l’osservazione prismatica delle cellule fondamentali. Il breve episodio prima della ripresa, pur non rinunciando alle elaborazioni dei temi principali e sviluppandosi su un tappeto ritmicamente immobile, assume le sembianze di un soggetto celato, scoperto come spostando per pochi attimi l’attenzione dalla scena principale al contesto in secondo piano. Il secondo movimento En l’Alba Clara (trad.: Nell’alba chiara) non abbandona del tutto l’ambiente tonale del primo, ma evocando i giochi e le infinite cromature delle primissime luci dell’alba, si muove su cromatismi ondulanti privi di qualsiasi staticità che danno origine a tre brevi episodi. Nel movimento finale Les Fulles més no Tremolen (trad.: Le foglie più non tremano) l’impeto sopito dell’immaginaria osservatrice di una porzione di quiete esistenziale, è messo in primo piano dall’andamento rutilante marcato a fuoco fin dalle primissime battute. Il dialogo serrato tra i due strumenti e le ampie escursioni dinamiche si amalgamano dando forma ad una pasta sonora dalla quale i richiami dei temi passati sono come estratti da una memoria perduta.
Fabio Selis (1977)
Torre delle Stelle
In questa breve Fantasia, brano d’esordio del musicista sardo, le sonorità d’aria e di terra dei due strumenti tracciano un percorso che, evolvendosi ininterrotto in quattro differenti “miniature sonore”, creano un ciclo, un’andata e un ritorno al punto d’origine.
È la suggestione di un luogo e del suo in-canto, una fugace riflessione sull’ineffabilità del tempo, un piccolo omaggio al grande mistero della vita e al suo continuo avvicendarsi in una terra solo all’apparenza immota, alla quale apparteniamo.